
Il video di Alma Africa comincia da una luce.
È il bagliore caldo delle valvole di un amplificatore: analogico, imperfetto, quasi vivo. Pulsa seguendo la batteria e il basso fretless, che si cercano senza invadersi.
Una voce entra.
L'altra arretra.
Tra loro rimane spazio.
Poi anche la cinepresa arretra e la stanza si rivela.
È quasi vuota. Un amplificatore, un basso, poche superfici scure. Oltre la vetrata, però, il mare occupa ogni cosa.
Le onde si sollevano nella notte. In lontananza, un faro attraversa il buio con la sua luce intermittente.
Il suo segnale sembra rispondere alle valvole.
Una luce è vicina, costruita dall'uomo.
L'altra è lontana, persa nel mare.
Entrambe chiamano.
Alma Africa è costruita quasi soltanto su due parole:
Alma. Africa.
Alma è un nome, ma significa anche anima.
Africa è un continente, ma diventa anche origine.
La sfida della canzone era lasciare quasi immutate le parole e affidare alla musica il compito di trasformarle: spostarle dalla distanza alla memoria, dalla paura al riconoscimento, come ho raccontato in La canzone è cominciata dal basso.
Nel video accade qualcosa di simile. Poiché il testo non racconta, sono le immagini a dover creare il contesto, suggerire le relazioni e riempire lo spazio lasciato aperto dalla voce.
Non volevo però rappresentare un semplice ritorno. Non c'è qualcuno che parte, raggiunge il passato e poi torna al presente. Il movimento di Alma Africa è più profondo e meno lineare.
È la scoperta che passato e futuro non sono mai stati davvero separati. Che l'origine non è soltanto dietro di noi. Continua a esistere nel corpo, nella memoria, nella materia di cui siamo fatti.
Comprenderlo produce vertigine.
Ogni confine che cade porta con sé paura. Non perché esista necessariamente un pericolo, ma perché qualcosa che credevamo lontano diventa improvvisamente intimo.
Alma non sa ancora se stia ritrovando una parte di sé o perdendo la forma che aveva prima.
A un certo punto raggiunge una casa.
Potrebbe essere quella della sua infanzia. Potrebbe essere un ricordo. Potrebbe essere soltanto il luogo che la memoria ha costruito per poter essere attraversata.
La casa è abbandonata.
Alma esita davanti alla porta.
Poi entra.
Le stanze hanno conservato il tempo senza riuscire a trattenerne la vita. Le superfici sono spoglie, gli oggetti immobili, l'aria sospesa.
Alma raggiunge un interruttore e si ferma ancora.
Per un istante sembra impossibile che la luce possa accendersi.
Poi accade.
Una lampadina al tungsteno illumina la stanza con lo stesso calore delle valvole dell'amplificatore.
Il passato risponde al presente attraverso la luce.
Non tutto viene rivelato. Si apre soltanto un piccolo spazio abitabile nel buio.
Ed è sufficiente.
La paura è il primo stordimento.
Dopo può arrivare la compassione: non pietà, ma riconoscimento della fragilità. Il momento in cui smettiamo di giudicare ciò che siamo stati e impariamo a restargli accanto.
Nel video, questo passaggio vive nella scena per me più importante:
Alma abbraccia l'albero della sua infanzia.
L'albero non parla.
Non restituisce il tempo.
Non promette nulla.
Rimane.
Il tronco porta i segni degli anni. Le radici restano invisibili, ma continuano a tenere insieme la terra e ciò che cresce sopra di essa.
La scena nasce da un gesto che ho realmente osservato molti anni fa e che non ho più dimenticato. Non ho voluto ricostruirlo, ma conservarne la verità: la naturalezza con cui, per un istante, può scomparire ogni distanza tra un corpo e ciò che lo circonda.
Alma non abbraccia un simbolo.
Abbraccia qualcosa che ha continuato ad appartenerle anche durante la sua assenza.
Il gesto non dice: questo era parte del mio passato.
Dice:
Questo è ancora parte di me.
Dentro la casa, la luce raggiunge Alma davanti a uno specchio.
Il suo volto appare nel vetro e, per un momento, i diversi luoghi del video sembrano sovrapporsi.
La casa dell'infanzia.
La stanza del presente.
Il mare oltre la vetrata.
Il faro nella notte.
È allora che lo spazio iniziale rivela il proprio significato.
La stanza non è vuota.
Contiene soltanto ciò che è necessario.
L'amplificatore: la musica.
Il basso: la terra e la struttura.
Il mare: la materia in movimento.
Il faro: l'origine che continua a chiamare.
Alma: l'anima che riconosce la propria natura.
La luce delle valvole, quella della vecchia lampadina e il segnale del faro non sono più elementi separati: sono la stessa continuità osservata da distanze diverse.
Vicino e lontano.
Artificiale e naturale.
Presente e memoria.
Il primo singolo di Alma, quello che porta il suo nome, conteneva una domanda: che rapporto esiste tra coscienza, materia e pensiero artificiale? È la domanda da cui è partita questa trilogia, in L'origine che chiede di essere ascoltata.
In Alma Africa la domanda torna verso l'origine.
La coscienza può costruire strumenti, stanze, vetri e linguaggi. Può osservare il mare credendosi separata da ciò che vede.
Ma il mare continua a muoversi dentro di lei.
Le radici continuano a lavorare sotto la superficie.
Il faro continua a inviare il proprio segnale.
Per questo il video non termina con una conquista.
Termina con un riconoscimento.
Alma non raggiunge la propria origine.
Comprende di non averla mai lasciata.
La mia anima, della stessa natura.
Riccardo Donati
Entra nel mondoAlma Hale è un'artista virtuale creata e diretta da Riccardo Donati. Human-authored. AI-rendered.