Alma seduta a terra in una stanza buia sul mare, mentre suona un basso fretless accanto a un amplificatore a valvole acceso.
31 luglio 2026  ·  Note d'autore

La canzone è cominciata dal basso

Da oggi il mio terzo singolo, Alma Africa, è su tutte le piattaforme.

La canzone nasce da una sfida apparentemente semplice: costruire una canzone quasi interamente intorno a due sole parole.

Alma. Africa.

Due parole che contengono già più di ciò che nominano.

Alma è il nome dell'artista, ma significa anche anima. Africa è un continente, ma nel brano diventa anche origine: un luogo remoto e, nello stesso tempo, qualcosa che continua a esistere dentro di noi.

Il testo rimane intenzionalmente ridotto. Non racconta, non spiega, non sviluppa un discorso nel modo consueto. Sono la musica, il ritmo e la voce a dover trasformare progressivamente quelle due parole, facendo emergere significati diversi a ogni ripetizione.

Ho raccontato più estesamente questo aspetto in una pagina precedente di questo Diario, L'origine che chiede di essere ascoltata. Qui, invece, vorrei raccontare come è nata la musica.

Di solito comincio una composizione da una parte della melodia, da una progressione armonica o da una struttura che sento già muoversi verso una direzione precisa.

Questa volta no.

Questa volta la canzone è cominciata dal basso.

Il basso è uno strumento che ho suonato molto. Per circa dieci anni l'ho suonato in parrocchia, durante le celebrazioni e negli incontri musicali. È stata una scuola particolare: accompagnare voci, chitarre, tastiere e momenti collettivi cercando di sostenere tutto senza occupare lo spazio degli altri.

Il basso viene spesso considerato uno strumento di accompagnamento. Ma questa definizione è vera solo in apparenza.

Il basso è struttura. È scheletro. È il punto in cui armonia e ritmo si incontrano.

Può restare quasi invisibile, ma decide il peso di ciò che ascoltiamo, il modo in cui una frase musicale si appoggia al terreno e la direzione verso cui tutto il brano sembra muoversi.

Per Alma Africa avevo bisogno proprio di questo: una struttura molto solida, ma capace di lasciare grandi spazi aperti.

Ho quindi costruito una sorta di reticolo di basso: poche linee riconoscibili, una pulsazione stabile, molto respiro tra un movimento e l'altro. Non volevo che il basso riempisse la musica. Volevo che delimitasse uno spazio nel quale la melodia potesse cambiare forma.

La stanza del video ufficiale: un basso sullo stand accanto alle valvole accese, il mare e un faro oltre il vetro.
La stanza del video ufficiale: il basso in attesa accanto alle valvole.

Perché il vero problema della canzone era lì.

Se il testo ripete quasi sempre le stesse due parole, deve essere la linea melodica a compiere il viaggio. Ogni volta che Alma pronuncia il proprio nome e quello dell'Africa, quelle parole devono trovarsi in un punto emotivo diverso: prima lontane, poi inquiete, poi inevitabili, infine riconosciute.

Il basso doveva offrire un terreno sufficientemente stabile perché tutto il resto potesse trasformarsi.

Lavorando su questa struttura, quasi senza cercarlo, ho cominciato ad avvicinarmi ad alcuni elementi dell'afropop.

La cosa mi ha fatto sorridere.

Stavo scrivendo una canzone sull'Africa e la musica, partendo autonomamente dal basso e dal ritmo, sembrava dirigersi proprio verso di lei.

Ho deciso di non oppormi.

Ho preso quella coincidenza come un'indicazione e ho provato a far convivere il linguaggio abituale di Alma — sintetizzatori caldi, stratificazioni elettroniche, arpeggi, tensioni che crescono lentamente — con una pulsazione più fisica, più terrestre.

Il richiamo all'afropop è soprattutto nella linea delle percussioni e nel rapporto tra ritmo e basso. Non volevo però trasformare Alma Africa in un brano di genere o imitare una tradizione musicale che non mi appartiene.

Volevo che quel ritmo fosse una presenza interna alla canzone: qualcosa che emerge lentamente, come una memoria del corpo.

I sintetizzatori rimangono centrali. Alcuni sostengono la base, altri si aprono in arpeggi e figure ripetute. Ma questa volta non galleggiano sopra il brano: sembrano attraversati da una pulsazione più antica, come se la parte elettronica di Alma incontrasse qualcosa che esisteva già prima di lei.

Su questa struttura è cominciata la ricerca della melodia.

Una melodia che non poteva limitarsi a essere bella o riconoscibile. Doveva evolvere. Doveva assumersi il compito che normalmente affidiamo alle parole.

Doveva raccontare la distanza, la chiamata, la paura, il riconoscimento.

Doveva far sentire che un'origine dimenticata non rimane semplicemente nel passato. A volte ritorna. Non chiede il permesso. Entra nel corpo, modifica il ritmo del pensiero e pretende di essere ascoltata.

La voce di Alma ripete le stesse parole, ma non le pronuncia mai davvero nello stesso modo.

All'inizio sono quasi un'identità incerta.

Poi diventano una domanda.

Poi una chiamata.

Infine non indicano più due cose separate.

Alma e Africa, anima e origine, sembrano riconoscersi come punti della stessa linea.

È questo che ho cercato di ottenere con la musica: dire senza spiegare. Lasciare che armonia, basso, percussioni, sintetizzatori e melodia spostassero progressivamente il significato delle parole, fino a condurle in un luogo diverso da quello da cui erano partite.

Forse è anche per questo che il basso è stato il punto di origine giusto.

Perché prima della melodia viene il terreno.

Prima della voce viene il respiro.

E prima di poter tornare, bisogna sentire che qualcosa, sotto di noi, non ha mai smesso di chiamarci.

(Il video, poi, ha una storia tutta sua. La racconterò presto.)

Riccardo Donati

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Alma Africa

Un'anima che incontra la propria origine, e trova terra.

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Alma Hale è un'artista virtuale creata e diretta da Riccardo Donati. Human-authored. AI-rendered.